La pizza a New York: si mangia o si scopre?

La pizza a New York: si mangia o si scopre?Noi italiani siamo legati a doppio filo all’idea che la pizza sia uno dei simboli dello stile italiano, eppure passeggiando per New York ho avuto la sensazione che molti americani non ne siano affatto convinti. Si tratta di una questione che va oltre il tipo di pizza, o di pasta, o di cordone, forma o farcitura: è più una radicata cultura.
Il nome di qualche locale richiama all’Italia, ma le insegne in generale propongono la pizza tanto quanto fa la nota catena Pizza Hut fondata nel 1958 dai fratelli Dan e Frank Carney in Kansas. La catena, senza nulla togliere ai grandi pizzaioli italiani e agli ingredienti di prima scelta raccolti freschi la mattina stessa, fa ancora oggi numeri da capogiro e una pizza più che dignitosa. A voler andare oltre il piacere istantaneo e alla velocità del pasto ci sarebbe da chiedersi del tipo di farina, lievitazione e della provenienza dei pomodori, ma da Pizza Hut la proposta non è l’eccellenza, è una pizza buona abbastanza da soddisfare tutti i palati che sia anche un pasto veloce alternativo al più classico dei fast&fried food!
Riassumendo: passeggiando per Manhattan le insegne “The Real New York Pizzeria” hanno il monopolio e il “Neapolitan Style” è una timida postilla poco diffusa, inoltre la prima e più nota catena di pizzerie è americana. Credo la spiegazione vada oltre il solito ritornello “gli americani hanno ben sfruttato le nostre lacune nella promozione del Made in Italy”.

Il nome è italiano…forse!

Nel tentativo di capire l’origine e il percorso della pizza mi sono prima di tutto dedicata a verificare quale fosse l’origine del nome. Il termine pizza è stato impiegato per la prima volta in un documento ufficiale della città di Gaeta nel 997: a “titolo di pigione” di un mulino si chiedeva la consegna ogni anno nel giorno di Natale di “dodici pizze, una spalla di maiale e un rognone”. L’atto notarile originale è scritto in latino, ma la parola “pizza” è presente tal quale: la dicitura originale è infatti “doduodecim pizze”. Si trattava di certo della versione senza pomodoro, per questo ortaggio, in Italia, si è dovuto attendere la scoperta dell’America. La questione, però, non è risolta perché il documento ritrovato definisce l’uso non l’origine del termine. Il nome pizza, secondo alcune fonti, è riconducibile al termine greco “plax” che significa superficie piatta o tavola e ci sono anche i sostenitori dell’origine latina: pizza potrebbe venire da “pinsere” ossia pestare, macinare. Tutto chiaro dunque? No, perché si potrebbe anche sostenere che la parola pizza derivi dal vocabolo germanico d’Italia, gotico e longobardo, “bizzo-pizzo”, dal tedesco “bizzen” che significa boccone, morso, pezzo di pane. E se invece venisse dall’arabo pita o pitta, ossia una focaccia bianca e schiacciata che si mangiava per le strade piegata a metà?
Queste considerazioni hanno rafforzato la mia convinzione che la storia della pizza e del suo viaggio attraverso le culture ha qualcosa di più da raccontare rispetto a quanto fa lo slogan “pizza icona del buon cibo italiano”. La pizza era prima di tutto un pane speciale e solo successivamente è diventata un pasto. In quasi tutte le tradizioni culinarie del Mondo esiste un “pane” analogo: ne sono un esempio la tortilla messicana, la pita araba e il chapati indiano.

Quella rossa però…

La pizza margherita, rotonda, rossa e con la mozzarella è stata davvero inventata a Napoli alla fine del XIX secolo. È ormai noto che la prima fu realizzata e servita in onore dell’omonima Regina di Savoia nel 1889 al Brandi di Napoli, allora pizzeria Pietro il Pizzaiolo. Il locale esiste ancora allo stesso indirizzo.

In America intanto…

Mentre in Italia la pizza Margherita restava confinata nelle regioni del Sud già nel 1905 aprì a New York la prima pizzeria. È chiaro che in più di 100 anni molti avventori, poco interessati a conoscere chi gestisse il locale e alle sue origini, avranno pensato e divulgato l’idea che la pizza fosse stata inventata in USA. A far gioco a questa convinzione c’è il fatto che nelle Regioni del Nord d’Italia la pizza arrivò solo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, insieme a molte altre cose che sapevano d’America. La pizza invece la portavano con sé le famiglie che dal Sud del Paese “salivano” in cerca di lavoro ed occasioni.
Per chi come me è di passaggio a New York suggerisco una sosta per la cena al The Pennsy Food Hall: la pizza del Ribalta è italiana, napoletana, ma la fanno a New York. L’hanno portata con sé Rosario Procino e Pasquale Cozzolino dalla Campania, proprio come agli inizi del ‘900 hanno fatto gli italiani che hanno lasciato le nostre Regioni del Sud per cercare nuove opportunità in America!

Un successo a rischio

La pizza indipendentemente dalla sue origini e dai suoi viaggi da un Continente all’altro, fa parte di quella categoria di alimenti che ogni tanto viene additata come causa di tutti i mali. Sì perché, condimenti a parte, è e resterà sempre una fonte di carboidrati. Questi nutrienti in tempi recenti sono stati accusati di essere causa dell’accumulo dei chili di troppo. Peccato che anche in questo caso si tratti della solita “disinformazione”: pane, pasta, pizza sono alimenti importanti della nostra dieta e come suggerisce il modello della dieta mediterranea devono fornire ogni giorno il 50-55% dell’energia. L’apporto di carboidrati deve essere diversificato e la maggior parte devono essere complessi, come appunto quelli della farina. A far male è l’eccesso e la vita sedentaria.
La pizza è un piatto intelligente e può essere un piatto unico equilibrato: la margherita e una porzione di verdure fresche di stagione soddisfano palato e benessere! Lo dico perché la mozzarella è una buona fonte di proteine* e grassi. Trattandosi di un formaggio freso la porzione di 100 g è più che sufficiente a soddisfare il fabbisogno di proteine al pasto, mentre la base, come già detto, è una porzione di carboidrati. Non c’è nel complesso molta differenza tra un piatto di pasta al pomodoro e mozzarella e una margherita: entrambi i pasti sono carenti solo di fibre, ecco perché vanno abbinati alla porzione di verdure fresche di stagione!

* L’aggiunta di prosciutto, tonno o altri formaggi andrebbe scoraggiata per evitare l’eccesso di proteine. Ma alla rinuncia c’è da preferire la consapevolezza: magari al pasto successivo si potrebbe mangiare più leggero e fare una bella e lunga passeggiata.
Inoltre più che dall’eccesso di proteine e calorie ci si dovrebbe guardare dall’eccesso di sale: la pizza è uno degli alimenti che ne contiene di più. Anche in questo caso vale il buon senso: nei pasti successivi è preferibile evitare cibi confezionati che lo contengono e preferire per condire spezie o erbe aromatiche.


Bibliografia e sitografia
– About us Pizza Hut. https://www.pizzahut.co.uk/aboutus/ (accesso del 1.10.2018)
– Our Story. Pizza Hut Blog. http://blog.pizzahut.com/our-story/ (accesso del 1.10.2018)
– Gaeta. Memoria e Futuro. Giuseppe Napolitano, 2017. Ali Ribelli Edizioni.
– Quaderni di semantica, Volume 28, Edizioni 55-56. Società editrice il Mulino, 2007
– Disciplinare di produzione della specialità tradizionale garantita “pizza napoletana”. Gazzetta Ufficiale Della Repubblica Italiana. Seerie Generale n.56 del 9 marzo 2010
– Perché agli italiani piace parlare del cibo. Un itinerario tra storia, cultura e costume. Kostioukovitch E. 2006 Sperling & Kupfer
– High adherence to the Mediterranean diet is associated with cardiovascular protection in higher but not in lower socioeconomic groups: prospective findings from the Moli-sani study. Bonaccio M et al. International Journal of Epidemiology, 46, Issue 5, 2017: 1478-1487.

Autore dell'articolo: Francesca Antonucci

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