Salute e cibo e studi: impila il valore delle evidenze oltre ai piatti

"Uno studio dice che...", non basta: impila le evidenze oltre ai piattiIn tema di salute e cibo ogni giorno vengono pubblicate nuove notizie. La maggior parte inizia con la formula magica “uno studio dice che…”. Ed è vero, lo studio esiste ma è stato pubblicato in una rivista scientifica affatto rivolta ai consumatori. Non perché gli editori siano cattivi quanto più perché per comprendere il significato delle ricerche serve una certa preparazione. Per parlare di uno studio sul rapporto salute e cibo e dei suoi risultati serve capirne il disegno, saper individuare gli end-point e sapere che cosa sono.
A volte penso che l’etica si sia smarrita tra un like, una condivisione o una copia venduta in più. È un gran peccato, in tutti i sensi, perché c’è chi si illude davvero di poter avere salva la vita consumando più o meno o niente di questo o quell’altro cibo.
Forse non sono state trasferite abbastanza conoscenze.
Penso sia così: se tutti sapessero capire a colpo d’occhio quali evidenze sono rilevanti, e quali meno, potrebbe essere più difficile diffondere false credenze e illusioni.

Che cosa sono le evidenze

Si chiamano evidenze le conoscenze chiare e distinte acquisite mediante gli studi scientifici, non singoli risultati. L’evidenza è quanto emerge dalla revisione: un esame sistematico dei processi e dei dati ottenuti dagli studi.
Le pubblicazioni scientifiche sono diverse tra loro perché le ricerche vengono realizzate con scopi diversi: non tutte sono pensate per dimostrare un rapporto causa-effetto, alcune servono anche solo a valutare alcune future aree di ricerca sul rapporto salute e cibo. Ecco perché bisognerebbe evitare di scrivere titoli troppo perentori su indicazioni che non volevano affatto esserlo.

Studi scientifici e gerarchia delle evidenze

gerarchia-evidenzeIn ordine decrescente, dal più rilevante al meno:
  • la meta-analisi, ossia una revisione sistematica dei dati basata sulle statistiche;
  • lo studio clinico randomizzato in cui i soggetti vengono assegnati a gruppi diversi, detti bracci, in modo casuale;
  • lo studio di coorte, ossia l’osservazione di un gruppo di persone con caratteristiche definite per determinare gli eventuali esiti di alcuni comportamenti;
  • lo studio caso-controllo che analizzando i dati storici, cioè già esistenti, mette a confronto che cosa è successo ad un gruppo di individui esposti ad uno specifico fattore di rischio rispetto ad un gruppo non esposto;
  • una serie di casi e relazioni sui casi, ossia singoli report descrittivi;
  • editoriali e opinioni degli esperti che restano tali se non riportano le pubblicazioni accreditate cui si basano.

Lo studio di coorte

Quando si parla di salute e cibo la maggior parte dei risultati, oggetto tra l’altro di titoli enfatici, provengono da studi di coorte, ossia non disegnati per stabilire un rapporto causa effetto. In molti casi, infatti, i dati vengono raccolti con la somministrazione di questionari e quindi non sono controllati né controllabili. Si parla infatti di ricerca osservazionale: i risultati sono appunto “osservazioni”, non dimostrazioni. La questione è stata ricordata anche dall’American Heart Association nel 2015:
[…]Molti degli studi si basano sulle risposte dei partecipanti ai questionari sulle abitudini alimentari e spesso non sono previsti mezzi per confermare quanto autoriferito. Inoltre nelle auto-segnalazioni a lungo termine è difficile cogliere i cambiamenti nel consumo di alcuni alimenti o abitudini.
La ricerca più affidabile, invece, coinvolge gli scienziati che “alimentano” i partecipanti allo studio controllando le diete e monitorando i pasti.
Si discute da tempoanche dell’opportunità o meno di realizzare in campo alimentare studi randomizzati e controllati in doppio cieco. Tuttavia è complicato, perché si tratterebbe di interventi che modificano nettamente lo stile alimentare o includono o escludono completamente un alimento: il ricercatore non potrebbe esimersi dal vederlo e dall’esserne influenzato.
Per dare un’idea di quanto è lento e delicato il processo di una decisione scientifica basti pensare che si dibatte su questo da almeno da 50 anni. Già agli inizi degli anni ‘70, infatti, Ancel Keys scrive nel suo libro:
[…] I puristi temevano quegli studi sulla dieta in cui la suggestione avrebbe potuto forse contribuire a un risultato positivo. Erano invece favorevoli a quelli in doppio cieco in cui la modifica della dieta avveniva senza che i soggetti o i medici fossero in grado di individuarla.

Conclusione

Ogni volta che si incontra la frase “uno studio dice che” verificare o chiedere di quale tipo di studio si tratta, e dare il giusto peso al risultato senza alimentare false speranze o, peggio, il conto corrente di chi vende il nuovo miracoloso elisir di lunga vita.
Il problema, però, è anche di chi trasmette le informazioni, lo ha ricordato bene in una intervista ad una rappresentante del CREA la rivista Mangio Bene Vivo Bene: chi comunica deve essere preparato e sapere di cosa parla e forse smorzare il tono dei titoli, perché purtroppo sono speso l’unica cosa che viene letta e ricordata.

Bibliografia
-Evidence-based medicine. https://www.eupati.eu/pharmacoepidemiology/evidence-based-medicine/ (consultato il 05.11.2018)
-Medicina basata sulle evidenze. Epicentro Istituto superiore di sanità http://www.epicentro.iss.it/focus/ocse/Cap3-Ebm.pdf (consultato il 05.11.2018)
-Intervista alla dottoressa Stefania Ruggeri del CREA Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. Mangio Bene Vivo Bene http://mangiobenevivobene.it/intervista-alla-dottoressa-stefania-ruggeri/ (consultato il 05.11.2018)
– The Facts on Fats 50 Years of American Heart Association Dietary Fats Recommendations. American Heart Association 2015 https://www.heart.org/-/media/files/healthy-living/company-collaboration/inap/fats-white-paper-ucm_475005.pdf (consultato il 05.11.2018)
– How To Eat Well And Stay Well. The Mediterranean Way. Ancel e Margaret Keys 1975 Doubleday.

Autore dell'articolo: Francesca Antonucci

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